“Umano.Poco.Umano” la mostra personale di Andrea Riccò, in arte “Forme di Sophia”, prosegue il suo percorso con nuove opere e nuove collaborazioni. Il progetto guarda all’attualità con uno sguardo critico e mantiene attiva anche la collaborazione con Emergency.
Per noi è un onore poter parlare di questo incredibile progetto e ringraziamo Andrea per averci concesso questa intervista.
Chi è Andrea Riccò e come nasce il tuo nome d’arte “Forme di Sophia”.
«Sono nato a Codemondo (RE) nel 1975, ora vivo con la mia compagna e il mio bambino di 4 anni in un piccolo e antico borgo sito nel nostro Appennino. Ho iniziato ad approcciarmi all’arte come effetto di un percorso di studi in Filosofia. Posso dire che la Filosofia abbia rappresentato il seme di quel che è cresciuto in seguito. Il nome d’arte infatti, nasce proprio da quell’impulso concettuale che ha dato origine al mio lavoro… Inizialmente il progetto Forme di Sophia era legato al design, precisamente realizzavo librerie scultoree, ognuna espressione di significati filosofici propri, con l’intento di infondere etica in un’estetica. Proprio questo percorso mi fece incontrare Michelina Borsari, presidente e direttrice del Festival Filosofia di Modena, la quale mi invitò ad esporre la mia prima opera puramente artistica al Palazzo dei Musei ed in seguito al Museo della Ghirlandina di Modena. Questo, per l’edizione del Festival Filosofia 2014. Quell’evento mi diede forse il coraggio che mi era sino a quel momento mancato, ed iniziai ad affrontare sempre di più opere puramente artistiche, abbandonando gradualmente nel tempo le librerie. Forme di Sophia dunque, ancora oggi per me, significa sempre di più, creare Forme di Conoscenza, dalla matrice greca di Sophia».
Il tuo lavoro artistico attuale è un grido verso l’indifferenza, come sei arrivato a questo e se è sempre stato così.
«No, non è sempre stato così. Questa fase del mio percorso che definirei “artivista” ha un inizio ben preciso che potrei collocare con l’inizio della guerra in Ucraina. Quell’evento che si protrae ancora oggi, mi sconvolse, mi sconvolsero le immagini delle famiglie spezzate che si salutavano dai finestrini dei treni alla stazione di Kiev, o dell’ospedale pediatrico bombardato con le madri partorienti coperte di sangue. Poi lessi la storia della piccola Elya che a 6 anni è morta di infarto per la paura dei bombardamenti in uno scantinato di Avdiivka. Quella storia in particolare mi tolse il sonno. Così feci una scultura di quella bambina con il suo orsacchiotto utilizzando l’unica foto online, con la volontà di inviare poi alla famiglia l’opera. Ma questo non fu possibile perché nonostante l’impegno dell’ambasciata ucraina, venimmo a sapere che la famiglia di Elya non c’era più. Così iniziai a lavorare sul concetto dei peluche come simbolo di quell’infanzia perduta in un modo così atroce. E poco dopo è iniziata Gaza. Da allora questo progetto cui abbiamo dato il titolo di “Umano.Poco.Umano” è per me una missione. Una personale battaglia, sì contro l’indifferenza, ma non soltanto. Nella mostra vi sono opere e una precisa narrazione che vogliono sondare il nostro ruolo di individui e di società dinnanzi a quanto stiamo assistendo dal 2022, ossia il senso di impotenza, l’incapacità di elaborare eventi troppo dolorosi se affrontati frontalmente, la radicalizzazione di una società che è divenuta incapace di un confronto reale».
Continuamo a parlare della tua personale “Umano.Poco.Umano” che si è tenuta al Museo Polironiano. Cosa hai voluto raccontare ai visitatori, anche grazie ad un luogo che crea forte contrasto tra arte attuale e architettura monastica.
«La prima volta che misi piede in quel luogo con la dott.ssa Federica Guidetti, curatrice del Museo Polironiano, sentii subito che per la prospettiva assai suggestiva del Refettorio e quell’Ultima Cena (del 500) posta proprio in fondo allo spazio, era l’ambiente che cercavo. La suggestiva Installazione WHY? deve arrivare al termine di un percorso, e lì potevo valorizzare il percorso ed il suo amaro traguardo. E l’ultima cena dialogava perfettamente con l’installazione in quanto parlano entrambi di un tradimento. Quello di Gesù (ebreo “palestinese” nato a Betlemme) e quei bambini uccisi, che chiedono al visitatore che con coraggio decide di sedersi in quell’unica sedia posta dinnanzi ai quei 3.000 peluche, perché… e la gente crolla, perché non sa rispondere.
Ho dunque tentato di raccontare quel che le persone evitano, rifuggono per paura di non poter gestire quel dolore. Chiedo loro di attraversare quel dolore e di non evitarlo, perché evitarlo significa tradire ancora le vittime innocenti, e sopratutto perché è proprio attraverso questo atto che ci si riscopre umani».
La mostra è composta da una decina di opere (tele, sculture, testi narrativi) ma quella che ha suscitato tanto interesse è “WHY?” che hai citato prima, se ci vuoi raccontare di più e anche qualche curiosità su di essa.
«Come curiosità, potrei dirvi che i peluche sono stati raccolti dai bambini delle scuole materne e nido della comunità montana, proprio per l’installazione. Spesso viene liquidata come enorme muro di peluche, e certamente lo è, ma in realtà l’opera non è così semplice come potrebbe apparire. Infatti ogni elemento va a comporre un mosaico più articolato. L’installazione infatti prevede delle maceria alla base di essa, macerie che non sono mai messe a caso bensì scelte al fine di riprodurre una certa suggestione, in mezzo ad esse vi sono delle sculture di volti di uomini… in quanto pongo l’uomo tra la polvere della distruzione che lui stesso produce, come simbolo di una sconfitta dalla quale non vi è ritorno. Poi vi è la sedia, quell’unica sedia posta quasi come un trono, per obbligare il visitatore a guardare quel che solitamente rifugge. Lì non può cambiare canale, voltare pagina o scrollare. E’ costretto a guardare quei peluche orfani dei loro bambini, e sentire il contraccolpo della dimensione insostenibile di quei numeri, che sono vite. E alla base di tutto c’è la foto di Elya, con il suo orsacchiotto originale e una piccola didascalia in cui si citano le ultime parole che lasciò di Aaron Bushell (marines americano), prima di darsi fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington: “Cosa avrei fatto se fossi stato vivo durante la schiavitù? Durante l’emanazione delle leggi razziali? Durante l’apartheid? Cosa farei se il mio Paese stesse commettendo un genocidio?
La risposta è: quello che stai facendo tu, proprio adesso.”
Ecco, tutto questo va a comporre l’installazione. L’impatto emotivo è molto forte, molte persone scoppiano a piangere… ma è di questo che c’è bisogno».

Questa opera è stata scelta da Emergency per il Festival Emergency 2024, poi è stata esposta in una tua personale a Palazzo Marchi a Parma e in seguito spostata al Castello di Montechiarugolo. Cosa ci puoi dire su questa importante collaborazione con Emergency.
«Per me la collaborazione con Emergency è vitale, in quanto mi consente di fare la mia parte attivamente come artista e dare un contributo tangibile che possa aiutare nel concreto a proseguire il grande lavoro che portano avanti da anni nelle zone di conflitto. Quindi mi mandano volontari che presiedono le mostre, raccogliendo le offerte delle persone. Ovviamente tutto quel che viene raccolto, viene devoluto interamente ad Emergency. Ma la collaborazione non si limita solo a questo, a latere della mostra infatti organizziamo eventi e incontri proprio con operatori di Emergency, che vengono per raccontare la loro esperienza umana e professionale. E’ una goccia nel mare naturalmente, ma goccia dopo goccia stiamo facendo un buon lavoro».
Hai dichiarato che per te “Umano. Poco. Umano” è “la celebrazione artistica di un fallimento collettivo”. È una definizione forte: dove pensi che abbiamo iniziato a fallire e a diventare indifferenti?
«Sì questo è un sottotitolo forte, me ne rendo conto, ma se osserviamo con attenzione e pietas questo nostro tempo, ci si rende conto che stiamo perdendo le grandi battaglie per la difesa dell’ambiente e del clima, abbiamo perso la capacità di confronto tra persone come tra nazioni, le controversie si sono tornate a “risolvere” con le guerre, e gli innocenti stanno pagando ingiustamente… se questo non è un fallimento. Questo processo di celebrare un fallimento serve prima di tutto a prendere coscienza di esso come si prende coscienza di una malattia, in quanto se ci si ritiene sani, non ci si cura. Ed invece credo vi sia ora un grande bisogno di cura, nostra e degli altri… ma per far questo il primo passo è prendere coscienza che se una bambina muore di infarto a 6 anni di paura, qualcosa abbiamo sbagliato e quel piccolo cuore che si è arreso, è una colpa impossibile da espiare. Come lo è l’assenza di quei bambini.
Per quanto concerne il tema “indifferenza”, credo invece che in quel frangente dobbiamo un po’ perdonarci come individui e come società, in quanto a volte è solo una protezione per non crollare di fronte a tutto questo dolore. Le persone devono continuare a vivere le loro vite, a dare un po’ di gioia ai loro bambini e lottare per il lavoro e le difficoltà che già investono le vite di tutti. Abbiamo assistito a eventi, immagini insostenibili, le persone devono pur proteggersi in un qualche modo. E’ umano ed è da comprendere e non da giudicare.
Ma nella mostra ritaglio un momento in cui si può invece attraversare quel dolore, e sentirsi paradossalmente più vivi, perché se l’indifferenza può essere una barriera di protezione, è solo e soltanto con l’empatia che si resta umani. Perché per non sentire dolore, si rischia di non sentire più niente. E come diceva Giovanni Lindo Ferretti, tra esistere e vivere vi è una differenza abissale».
Dopo questo progetto artistico è cambiato qualcosa in te anche per la risonanza che è stata data (giustamente) all’esposizione?
«Sono sempre combattuto tra una sensazione di appagamento per il ritorno che ricevo in forma di stima, di attenzione da parte dei media e affetto da parte di coloro che vivono la mostra nelle sue diverse forme, e una sensazione che niente di quello che faccio dovrebbe esistere, nessuna opera nessuna installazione. Non dovrebbe esistere dunque la realtà che queste opere e questo progetto hanno tristemente ispirato e forgiato. Ma nessuno sceglie il proprio tempo. Ed io devo navigare in questo mare che non m’è dolce per nulla».

Cosa dobbiamo aspettarci prossimamente e se hai già in mente qualche altro progetto.
«Al momento il mio intento è di portare avanti “Umano.Poco.Umano” perché i temi sono sempre più urgenti e l’evoluzione degli eventi (o dovrei dire l’involuzione) la rende forse ancor più urgente. Sto dialogando quindi con diversi enti e spero al più presto di poter ufficializzare il prossimo evento. Naturalmente ad ogni edizione arricchisco l’esposizione con opere nuove, alle quali sto lavorando già da tempo. E continuerà la collaborazione con Emergency».






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