Marco Marcone è un fotografo e giornalista che ha trasformato la sua passione in uno sguardo autentico sul mondo, guidato dalla sensibilità e dall’ascolto delle persone e delle culture che incontra.
Ciao Marco, per chi non ti conosce ancora, racconta brevemente chi sei.
«Sono nato a Roma nel 1967 e qui vivo tuttora, pur essendomi spostato dalla mia città per lavoro, soprattutto nei primi 10 anni dopo gli studi universitari. Ho una laurea in ingegneria e lavoro come manager, ma la fotografia è da sempre la mia passione: la porto con me da quando, a 12 anni, mio padre mi regalò la mia prima macchina fotografica, una Nikon FE che ancora conservo. Recentemente sono diventato giornalista e sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio. Un sogno diventato realtà».
Fotografo per amore… cosa ti ha spinto a scegliere la fotografia come forma d’arte/mezzo di espressione, e come è iniziato tutto?
«È iniziato proprio con quel regalo, ma quel regalo è anche arrivato per la mia voglia irrefrenabile di fotografare. La fotografia è diventata per me un linguaggio, un altro linguaggio: mi permette di osservare e raccontare storie che rischierebbero di passare inosservate. Storie, molto spesso, che nessuno dei protagonisti avrebbe modo di raccontare. Non lo vivo come un mestiere, ma come un modo per fermare il tempo, per dare un significato e un contesto a ciò che incontro».
I temi sociali e culturali sono al centro dei tuoi progetti fotografici, ce n’è uno di cui sei più orgoglioso?
«Ogni progetto ha un posto speciale, ma sono molto legato a quelli in cui sono potuto entrare in contatto profondo con le comunità che fotografavo. Ad esempio, i lavori realizzati a Cuba, in Sudan, in Myanmar, in India, in Siberia e in alcune realtà di frontiera mi hanno lasciato un segno profondo: non solo per le immagini, ma per le persone e le storie che questi viaggi mi hanno permesso di conoscere. Nell’ultimo viaggio in ordine di tempo, quello in Mongolia, ho avuto il privilegio di accedere a realtà di solidarietà umana inimmaginabile, che chi mette in pratica non perde tempo a mettere in vetrina».
Quando viaggi e fotografi persone in luoghi diversi, come ti approcci per instaurare fiducia e spontaneità nello scatto? E se cambia da Paese a Paese.
«Per me è fondamentale il rispetto. Prima ancora di scattare, cerco di ascoltare, osservare, creare un contatto umano. A volte basta un sorriso, in altre occasioni o ad altre latitudini serve più tempo per guadagnarsi la fiducia. Cambia da Paese a Paese, ma soprattutto da persona a persona: non esiste un approccio unico, serve empatia e la disponibilità ad accettare i propri limiti. Tanto, a volte, da abbassare la macchina e fotografare solo con gli occhi».
Quanta pianificazione c’è per i tuoi viaggi e nelle tue fotografie.
«Dipende dal progetto. Per alcuni reportage pianifico in modo dettagliato, per altri lascio più spazio all’imprevisto, perché spesso le storie migliori nascono da incontri fortuiti. In ogni caso cerco di documentarmi molto prima di partire, per arrivare preparato e rispettoso del contesto».
Tu collabori con DooG Reporter, se ci parli meglio di questa realtà.
«DooG Reporter è un progetto di storytelling etico che riunisce fotografi, giornalisti e videomaker. L’idea è raccontare storie di umanità, di persone e luoghi che meritano di essere conosciuti, con un codice etico che si ispira ai principi del fotogiornalismo. Per me è un privilegio farne parte: è una comunità che condivide valori e visione».

Tanti premi e attestati per il tuo lavoro di fotografo, qual è la chiave per arrivare a questi importanti risultati.
«Non credo ci sia una formula. Sicuramente la costanza, la curiosità e il desiderio di migliorarmi sempre. E poi l’umiltà di continuare a studiare: ho seguito corsi e seminari tenuti da grandi fotografi, alcuni divenuti miei amici; ma, ancora oggi, considero la fotografia un percorso di apprendimento continuo».
Le caption delle fotografie che posti sul profilo instagram, sembrano quasi dei piccoli racconti. Come ti documenti su quello da scrivere e se ti capita a volte di non trovare le parole giuste per raccontarle.
«Le parole per me sono parte integrante dell’immagine. Mi piace leggere, informarmi, cercare di capire ciò che ho visto e vissuto. A volte le parole arrivano subito, altre volte ci metto giorni per scriverle: preferisco aspettare piuttosto che usare frasi che non sento mie».
Il tuo prossimo viaggio/progetto se puoi dircelo.
«Sto lavorando ad alcune celebrazioni che si tengono in un remoto altopiano del Perù, ma anche al vodoo in Benin, ma anche all’oro degli Ashanti o al Salar de Uyuni, ma anche alla felicità del Bhutan… e, come spesso succede, nessuna di queste sarà la mia prossima destinazione! Tutto ciò che mi interessa è proseguire nel raccontare storie di persone e luoghi che possano stimolare una riflessione e correre laddove il richiamo e la curiosità sono più forti».
Prima di lasciarci, ti chiediamo se hai una curiosità (su di te o sul tuo lavoro) che vuoi condividere con noi.
«Forse una curiosità è che, nonostante ami e abbia adottato il digitale, fotografo ancora con la mie vecchie fotocamere a pellicola: fatto che mi ricorda da dove sono partito e che mi costringe a rallentare, a pensare di più prima di premere il pulsante di scatto».
I link per conoscere meglio il fotografo Marco Marcone



Guarda il video che abbiamo realizzato con le fotografie di Marco Marcone


