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Gli occhi dei fotografi

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N.03-IV.2022 “Fotografia Nuda”
Testi di Alessandro Russo-arph.it

Un sacco di gente ha scritto di fotografia e composizione. Chi più, chi meno c’è il tentativo di incasellare un’immagine in un recinto, di vincolarla a delle prospettive, a regole di lettura convenzionali, a scelte formali che la ‘disciplina fotografica’ impone come accademicamente vincenti. Non voglio certo dibattere su decenni di lettura dell’immagine, né divagare su un filone che reputo interessante a discapito di un altro. Quello che però voglio condividere è la teoria della serratura. Sì, esatto, ho detto serratura. Nel caso qualcuno se lo stia chiedendo: non è una roba voyeur, ma un concetto astratto: attraverso una serratura la nostra vista si deforma e il nostro cervello legge una porzione d’immagine legandola ad un contesto che, di fatto, non vede. Il buco di una serratura è una piccola scatola che fa assumere a ciò che vediamo una forma definita: magari tondeggiante, magari frazionata, magari parziale. Ecco, la teoria della serratura ci suggerisce che in fotografia i fotografi fanno continuamente delle scelte, credono di ritrarre scene che vedono con gli occhi, portando a casa solo frammenti sparsi di qualcosa mal definito, esattamente come se si stesse spiando la realtà da dietro il buco di una serratura. Ma allora come si fa a far assumere alla fotografia un ruolo principale quando si parla di comunicazione? Molto semplice: non lo si fa. Perché gli occhi dei fotografi sono abbagliati da una percezione che un mezzo fotografico, tecnologicamente parlando, non è ancora in grado di tradurre perfettamente. Questo non significa che gli autori siano dei mistificatori, ma al contrario sono intellettuali che hanno compreso l’importanza di interpretare un’immagine rendendo una fotografia un simbolo.

In foto: Mi nascondo, 2021 | Alessandro Russo, arph.it

Attraverso un contesto, una scelta, uno spaccato culturale, una fotografia vive e si evolve fino a scardinare completamente la serratura cui accennavo prima. Fino a riempire i buchi, le oscurità, con delle percezioni raccontate, con odori, sapori, emozioni che solo le fotografie ben riuscite sanno suscitare. Insomma, a dirla tutta se vuoi fare il fotografo devi anche un po’ fare lo scassinatore, o al massimo devi assomigliare parecchio ad un fabbro. Ecco, la teoria della serratura ci dice: sii un fabbro, che poi le buone fotografie arrivano con la pratica. È molto importante che chi si occupa di fotografia scatti con frequenza inversamente proporzionale alla maturità artistica raggiunta, il che significa che generalmente a scattare poco sono i grandi osservatori, quelli che osservano le scene, le vivono a pieno, ci si immergono per coglierne le peculiarità e solo dopo un vissuto denso di idee si chiudono in uno stanzino e attraverso la serratura cominciano a scattare. Sbam, la teoria della serratura colpisce ancora! Il fotografo si chiude tra quattro mura e comincia a sbirciare l’esterno. Un’immagine potentissima, l’esatto inverso di quello che accade nella totalità dei casi, dove la scena ti avvolge e ti costringe a sceglierne un pezzetto: dal tutto all’unità, da tante informazioni ad una soltanto, da tanti soggetti ad un unico centro focale. Invece come pionieri della fotografia inversa occorrerebbe fare il passo decisivo ed accendere nella testa la serratura giusta, allineare occhio e macchina fotografica facendo delle scelte di sottrazione: quello che non serve, non è un ingrediente da tenere in conto. Quindi potremmo dire che la teoria della serratura si avvalga di un postulato non da poco, dopo la sensibilizzazione del ‘cosa’ fotografo, quella del ‘perché’. Abbiamo detto che nell’immagine è fondamentale inserire solo elementi che servono, cioè che hanno una funzione, che necessitano di essere esattamente dove stanno per dare vigore a quello che vogliamo trasmettere. Allora forse molto più che concentrarsi sulla perfetta composizione è più importante dedicare il proprio tempo alla sperimentazione di un messaggio che arrivi ad unire tanti punti quanti sono le percezioni che abbiamo vissuto. Assaporare la scena prima di ritirarci a fotografarla. Sii un fabbro! Io me lo ripeto sempre prima di cominciare a fotografare e, di tanto in tanto, mi prendo dei periodi sabatici che farebbero accapponare la pelle a chiunque, che farebbero dubitare chiunque del fatto che io sia un fotografo. Perché nell’immaginario comune il fotografo produce immagini come se non ci fosse un domani, invece i fabbri prima di realizzare un manufatto martellano, e martellano, e martellano, e martellano, e martellano…

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