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La bella e la buona fotografia

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N.01-II.2022 “Fotografia Nuda”
Testi di Alessandro Russo-arph.it

Di tanto in tanto faccio un esperimento sociale: prendo una persona del mio intorno quotidiano e la utilizzo come cavia. Sì, una piccola cavia umana adatta ad uno scopo: rappresentare una persona normale che subisce la fotografia, ne è fruitore, la assorbe, in un certo senso la utilizza in modo inconsapevole per essere veicolato in una direzione: quella che tento di indicargli io.
Attenzione, quando parlo di normalità non intendo nulla di speciale, mi basta che non sia pratico di comunicazione visiva. Questo perché chi lavora con le immagini allena l’occhio ad una lettura molto formale: ma a me non interessa.


In foto: Abitanti notturni, 2014 | Alessandro Russo, arph.it

Io voglio la verità, voglio scorgere l’emozione delle persone, voglio tralasciare consapevolmente l’aspetto estetico e pratico di una fotografia: non me ne frega niente di tenere un comizio sulla regola dei terzi. Voglio che la comunicazione visiva non sia un fatto tecnico, ma che arrivi all’osservatore nella sua purezza più immediata: per fare ciò ho bisogno di scegliere con accuratezza il soggetto al quale proporre l’immagine, perché in funzione di questo ottengo un risultato diverso.
L’obiettivo, come diceva qualcuno molto più intelligente e famoso di me, è vedere l’effetto che fa. Gli effetti di questa pratica sono sempre diversi, in larga parte dipendono dal backgroud del soggetto che scelgo, dalla predisposizione alla lettura dell’immagine, dalla cultura generale che possiede e quindi al collegamento che il suo inconscio riesce a fare in una frazione di secondo con temi anche piuttosto distanti da quello che gli sto proponendo.

Altre volte invece le immagini non suscitano un feedback immediato, hanno bisogno di sedimentare. Sono le volte che preferisco, quelle in cui sento un brivido, capisco di aver fatto centro. Sono le volte in cui dopo due giorni mi arriva la telefonata e sento dire dall’altro lato “sai, quella foto che mi hai fatto vedere?”. Le fotografie che arrivano in differita – come dico io – hanno la necessità di ‘respirare’ nella mente dell’osservatore, di generare curiosità, di portare l’attenzione in mondi nuovi solo grazie alla memoria.
Nella mia piccola carriera di sperimentatore fotografico sociale-seriale ho provato diversi tipi di immagini con soggetti altrettanto diversi, le combinazioni sono interessantissime. In una realtà digitale come la nostra non è affatto difficile trovare immagini dal forte impatto visivo, in grado di cavalcare l’umore del momento di intere culture, di sottolineare la fisicità di donne o uomini bellissimi, di sfruttare tendenze sociali passeggere per mascherare da arte un tipo di comunicazione che invece è banale politica.
Le immagini forti (guerre, carestie, un fotogiornalismo spinto insomma) generano ansia, un torpore che scavalca l’immagine in sé e si proietta verso un luogo, una persona, un momento specifico di storia moderna. Mi è capitato di vedere anche qualche lacrima: lì capisco che oltre la fotografia c’è la potenza empatica che le persone nel profondo possiedono: è solo grazie a quella che la fotografia vive e anima l’immaginario di tutti.

Allora mi sono davvero chiesto quale dovesse essere la differenza sostanziale tra la bella e la buona fotografia: è forse un fatto di impatto visivo? O piuttosto di formalità espressiva? Si tratta magari del soggetto giusto? No, è una questione di comunicazione – mi sono detto.  La buona fotografia è quella che ti sconvolge, che ti scombussola, che ti apre la testa e ti tira fuori tutto quello che non credevi di avere. La buona fotografia è l’immagine simbolica che ti mostra qualcosa ma te ne comunica mille altre in base alla tua specifica attitudine all’ascolto.
E invece la bella fotografia?
Ha un suo ruolo anche quella: la sfogli, o forse la scorri su un social media, la guardi e la riguardi perduta tra altre diecimila bellissime fotografie che hai salvato nella tua libreria su un device qualsiasi. La differenza è soltanto una: la bella fotografia la dimentichi dopo meno di un’ora. 

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