prigione

Prigione detto Schiavo giovane

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Il corpo è la prigione dell’anima e quanto più ci si ostina a curarlo con quella smania di raggiungere la perfezione estetica assoluta, tanto più si rischia di rimanere imprigionati in particolari assolutamente inutili.
Lo aveva compreso circa cinque secoli fa il grande scultore, pittore, architetto e poeta Michelangelo Buonarroti, il quale con il tema della prigionia dell’anima intrappolata nel corpo e nelle passioni umane, affronta una tematica attuale.
Sì, utilizzerei proprio il presente del verbo affrontare, come se Michelangelo ci parlasse ancora, perché nei fatti lo fa attraverso le sue opere.
I programmi di chirurgia estetica oggi sostituiscono con grande successo i famosi Varietà, che in passato andavano in onda in seconda serata, e ci invitano a riflettere sull’importanza che oramai ha conquistato l’immagine.
Chi non ha mai pensato a migliorare il proprio corpo scagli la prima pietra. Di questi tempi lo facciamo un po’ tutti, ossessionati dall’apparire sempre in smagliante forma. Come ben sappiamo, ciò è una diretta conseguenza delle pubblicità e delle mode, le quali inviano continuamente messaggi impliciti, e  pongono un certo accento sulla forma, influenzando le masse attraverso i propri canoni estetici.
L’ossessione di Michelangelo per questa sua continua e incessante ricerca estetica, è ben evidente attraverso il suo famoso “non finito”.
Nel “Prigione detto Schiavo giovane” realizzato tra il 1530 e il 1534 (ci impiegò ben quattro anni) il blocco di pietra sembra svelarci a poco a poco un corpo che fatica a emergere dalla materia. La figura ne è imprigionata e quasi schiacciata. Si tratta di uno dei quattro celebri Prigioni che Michelangelo scolpì intorno al 1530 per il Mausoleo di papa Giulio II.
Pare proprio che il Maestro voglia impressionarci, farci sentire tutto il peso della materia, ingombrante e superflua, se paragonata al mondo delle idee e all’intelletto. Per questo motivo, chiudendo gli occhi e toccando con la fantasia queste metafisiche superfici, noteremo la differenza tra la materia grezza e quella scolpita, miracolata, intaccata da una mano divina. Michelangelo si poneva infatti sullo stesso piano del Creatore, di un Dio. 
L’idea che suggerisce è trascendentale: una bellezza superiore difficilmente si manifesta attraverso un corpo, il quale cerca piuttosto di emanciparsi dalla materia, di disfarsi da essa per ascendere verso lo spirito.
Giungendo alle conclusioni, le menti più sagge noteranno che, nonostante questo grande scultore spese una vita intera alla ricerca di una bellezza assoluta, perfetta, suprema, oggettiva, sul finire della sua carriera, (periodo in cui accentua nelle sue opere il carattere evanescente del non finito) egli svelò al mondo un grande segreto: la vera bellezza possono vederla in pochi.
Una poetessa e cantante catanese dei nostri tempi di nome Carmen Consoli, sembra ripercorrere questo immenso lascito, attraverso una sua canzone dal titolo “la bellezza delle cose”. Il testo inizia proprio così: «Non hai mai sentito dire che la bellezza delle cose, ama nascondersi?».

a cura di Maria Rosaria Cancelliere

«Non hai mai sentito dire che la bellezza delle cose, ama nascondersi?»

CARMEN CONSOLI

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