adorazione

Adorazione dei pastori

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Le festività volgono al termine, e come ogni anno, permane in questo periodo un senso spietato di trapasso che si tinge d’illusione.
Dopo aver poggiato temporaneamente i nostri bagagli e i nostri pensieri, si riparte con un nuovo slancio che è quello che caratterizza tutti gli inizi.I nostri presepi continuano a brillare all’interno di una bolla di pace, e non ci stanchiamo di osservarli attoniti come bambini. In particolare i personaggi umili sono quelli che maggiormente incuriosiscono, poiché spesso si trovano in pose piuttosto bizzarre e teatrali. Gli stessi personaggi predilige Domenico Bigordi, detto “il Ghirlandaio”, in una delle sue opere più famose, intitolata “L’Adorazione dei Pastori”. Pittore della metà del Quattrocento fiorentino, egli è osannato ne Le Vite di Giorgio Vasari. Proprio in un passo di quest’opera eccellente che illustra, racconta, le vite dei pittori più famosi del Medioevo e del Rinascimento, leggiamo che egli «posto, dunque, all’arte dell’orefice, non piacendoli quella, non restò di continuo di disegnare». Il suo soprannome infatti suggerisce proprio quella che era l’attività di famiglia, che però decide di abbandonare per dedicarsi totalmente alla pittura. Incredibili erano le sue capacità ritrattistiche, (dote descritta anche nelle vite), e che gli permise di distinguersi subito tra i pittori della sua epoca. Proprio per questa sua tendenza a particolarizzare i volti, rendendoli tutti diversi tra loro, Vasari afferma che «ritraendo i contadini et ogni altra persona che da bottega passava, li faceva subito somigliare». Anche in questa meravigliosa opera, la forte caratterizzazione dei volti è la conferma delle parole dello storico dell’arte fiorentino. Il dipinto è conservato nella Cappella Sassetti, nella Basilica di Santa Trinita a Firenze. Fa parte del famoso ciclo di affreschi commissionati dal ricco banchiere e uomo di fiducia dei Medici, Francesco Sassetti, a Domenico Ghirlandaio. La luce di quest’opera è certamente ripresa dai pittori fiamminghi, (essendo molto diafana), dai quali i fiorentini prendevano spunto, con la differenza che gli artisti d’oltralpe, prediligevano il bambinello poggiato per terra, espediente questo che conferiva maggiore umiltà al tema (una caratteristica che permette la distinzione tra un pittore italiano, ed uno fiammingo). Al contrario i pittori italiani non tradiscono mai quella visione aulica, il Ghirlandaio infatti dipinge il suo bambinello su una piccola seggiola-culla, dando al soggetto certamente più importanza. Altro particolare molto curioso è che l’artista amava autoritrarsi all’interno delle sue opere, lo vediamo infatti genuflesso davanti alla culla, e che indica con aria da esperto il tema religioso, quasi come se volesse indottrinare i più rozzi pastori. Senza alcun dubbio il tema dell’adorazione rimane il più affascinante di sempre, anche all’interno dei nostri presepi. E’ la contemplazione di una nuova vita, che ci invita a rinascere, poiché come affermava il famoso poeta cileno Pablo Neruda «nascere non basta. È per rinascere che siamo nati».

a cura di Maria Rosaria Cancelliere

«Ritraendo i contadini
et ogni altra persona che da bottega passava, li faceva subito somigliare»

GIORGIO VASARI

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