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Canestra di frutta

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Quante volte è capitato di volgere distrattamente  lo sguardo alla fruttiera che esponiamo in cucina. Ed entrando ancora di più nel quotidiano, quante volte ci ritroviamo a fissare il vuoto del frigorifero, e ad affrontare un dialogo immaginario con l’unica mela rimasta, leggermente arricciata dal tempo e in uno stato di progressiva decomposizione. Una situazione tipo abbastanza frequente. Si tratta di un’immagine non proprio felice dell’esistenza eppure estremamente magnetica e affascinante, in quanto la concezione dello spazio-tempo, che noi umani percepiamo (a seconda dei casi) più lenta, attraverso le piante e gli ortaggi ci risulta trasposta in un’altra dimensione.L’affascinante “Canestra di frutta” di Caravaggio ci suggerisce proprio questa idea. Realizzata tra il 1594 e il 1598, essa inaugura la grande e lunga stagione della Vanitas, un concetto che affonda le radici nel cristianesimo e che riconduce alla caducità terrena, al passaggio veloce, talvolta fulmineo, attraverso l’esistenza. Il ribelle Michelangelo Merisi, detto anche il Caravaggio seppe cogliere, in questo senso, la genialità della cosiddetta “pittura di genere”, ossia della natura morta. Quest’ultima infatti, si distingueva dalla più importante e autorevole “pittura di storia”, decisamente più costosa e richiesta dagli illustri committenti dell’epoca. La differenza sostanziale risiede nel fatto che la pittura di genere (cioè i dipinti di fiori, frutta, ortaggi, strumenti musicali etc), non richiedeva grandi conoscenze ed erudizione. All’epoca era considerata solo un puro vezzo estetico-decorativo, un esercizio di mimesis da parte del pittore meno acculturato. Al contrario la “pittura di storia” richiedeva un’accurata conoscenza dei fatti storici e biblici come lo stesso nome suggerisce. Il grande merito di Caravaggio sta nel memorabile  affronto alla pittura di storia, da sempre intoccabile e sacra per i pittori accademici. Caravaggio ancora una volta osa e si rivolge ai suoi committenti così: “Vuol tanta manifattura per fare un quadro buono di fiori come di figure”. Parafrasando la sua apologia, egli dimostra come il suo sforzo rimane invariato, sia nella realizzazione di un quadro di storia, sia nella realizzazione di un quadro di genere.

Come dargli torto?

Quanta filosofia, sapienza, meditazione promana quella mela arricciata che poggia sul piano metafisico di un frigo vuoto?

a cura di Maria Rosaria Cancelliere

«Vuol tanta manifattura
per fare un quadro buono di fiori
come di figure»

MICHELANGELO MERISI, DETTO IL CARAVAGGIO

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