Architetto, musicista e pittore, RéMôi ha trasformato esperienze creative diverse in un unico linguaggio artistico. Tra astrazione, minimalismo e ricerca materica, le sue opere nascono dall’incontro tra intuizione e libertà espressiva. In questa intervista racconta il suo percorso, il dialogo tra le diverse arti e il desiderio di creare immagini capaci di suscitare emozioni.
Ciao Remo, racconta un po’ chi sei.
«Con piacere mi presento ai lettori e vi ringrazio per questa opportunità. Per ogni artista emergente ogni occasione di racconto è preziosa: è un modo per aprire una finestra sul proprio mondo creativo. Mi chiamo Remo Malerba, sono italiano e il mio nome d’arte è RéMôi, pronunciato alla francese. Vivo da molti anni nel cuore dell’Europa, a Berna, in Svizzera.
Il nome RéMôi nasce quasi come un piccolo gioco poetico. È composto dalle mie iniziali, “Re”, alle quali ho aggiunto un accento trasformandolo in “Ré”, che richiama la figura del re. La seconda parte, “Môi”, deriva dal francese moi, che significa “io”.
Insieme formano una sorta di dichiarazione identitaria: “Io Ré”, oppure “Io sono Ré”.
Sono nato nel 1972 e da ormai diversi decenni la creatività accompagna la mia vita in molte forme diverse».
Parlaci del tuo percorso artistico e di quando hai capito che l’arte sarebbe stata la tua strada.
«Ho sempre disegnato con grande piacere fin da bambino. Ricordo che già da piccolo sognavo di diventare architetto e di avere un giorno un mio studio di progettazione. Ho frequentato l’asilo e i primi due anni di scuola elementare in Italia, per poi continuare tutto il resto del percorso scolastico in Svizzera. Qui ho studiato disegno edile, ottenendo il diploma, e nel corso degli anni ho progettato e realizzato diversi edifici. Per gran parte della mia vita il mio rapporto con il disegno è stato legato soprattutto al disegno tecnico. Ancora oggi mi occupo di progettazione e gestione di costruzioni. Nel 2002, quasi per curiosità, iniziai a dipingere su tela. Fu un momento di scoperta. Poi ci fu una lunga pausa. Negli ultimi cinque o sei anni, però, qualcosa è cambiato profondamente: ho capito che la pittura non era solo un interesse, ma la mia vera strada artistica. Da allora ho ripreso a dipingere con intensità, utilizzando acrilico e olio, con l’idea e il desiderio di continuare a farlo per il resto della mia vita».
La tua carriera attraversa diversi ambiti artistici (musica, architettura e pittura). In che modo entrano in contatto tra loro?
«Dopo gli studi di disegno edile, intorno al 1992, mi sono avvicinato sempre di più alla musica, in particolare alla chitarra. Insieme ai miei fratelli abbiamo investito nella creazione di studi di registrazione, dedicandoci alla composizione e alla produzione musicale. Nel tempo abbiamo scritto oltre 500 brani e pubblicato più di 30 CD e album. Anche la musica è una forma d’arte potentissima. Se l’architettura costruisce lo spazio e la pittura costruisce immagini, la musica invece costruisce emozioni nel tempo. Con il passare degli anni ho capito che tutte queste esperienze creative sono collegate tra loro. L’architettura mi ha insegnato struttura e composizione, la musica mi ha insegnato ritmo e armonia, mentre la pittura mi permette di unire tutto questo in un linguaggio visivo libero. Oggi sento che la pittura è il luogo in cui tutte queste esperienze si incontrano e si fondono».
Come nasce una tua opera?
«Nel 2002 iniziai a sperimentare con colori e materiali. Quando ripresi a dipingere molti anni dopo, mi avvicinai subito all’astratto. Ogni opera nasce sempre allo stesso modo: davanti a una tela bianca. È uno spazio vuoto ma pieno di possibilità. Il primo gesto è sempre la creazione di una base molto materica e grezza. Nei primi lavori mescolavo nel colore quasi tutto ciò che trovavo: carta, sabbia, frammenti di tessuto, stracci. Con il tempo questo processo è diventato più delicato, ma quella prima base rimane ancora oggi il fondamento di tutte le mie opere. Poi accadde un episodio curioso. Mostrai alcuni dipinti a mia madre e la sua critica, molto sincera ma costruttiva, fu: “Nell’astratto non vedo niente, non vedo motivi”. Quella frase mi fece riflettere. Così iniziai a inserire elementi semplici e minimalisti all’interno delle mie opere. Da questa idea nacque la One Line Collection, in cui la sfida era creare un motivo con una sola linea continua, tracciata senza mai staccare il pennello dalla tela. Questa linea si muove sopra lo strato grezzo di fondo e diventa quasi un gesto unico, diretto, spontaneo. Ancora oggi questo approccio è alla base del mio lavoro. Negli ultimi anni ho sperimentato molte tecniche: olio, carbone, stucco e diversi materiali. Più recentemente ho scoperto anche il pastello, che mi sta portando verso nuove collezioni. Sempre di più mi riconosco nell’astratto e nel minimalismo. È un linguaggio essenziale che non vuole spiegare troppo, ma lascia allo spettatore lo spazio per sentire e interpretare».
Una parte del tuo lavoro artistico è legata anche al mondo degli NFT. Quale pensi sia il loro potenziale e quali i limiti?
«Tra il 2024 e il 2025 mi sono dedicato molto anche al mondo degli NFT. Per me il digitale è qualcosa di naturale. Vengo dal disegno tecnico al computer e da molti anni di produzione musicale digitale. In questo senso il passaggio verso la creazione artistica digitale è stato quasi spontaneo. Alla base dei miei NFT c’è sempre un’opera originale creata a mano. Dopo aver fotografato queste opere, le trasformo e rielaboro digitalmente — a volte anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — dando vita a nuove opere NFT. Nel tempo ne ho create diverse migliaia, pubblicandole su varie piattaforme. È vero che l’interesse mediatico per gli NFT è diminuito molto rispetto ai primi anni, soprattutto nel campo artistico. Tuttavia credo che la tecnologia alla base, cioè la blockchain, abbia un futuro enorme.
Il concetto di Non Fungible Token significa che ogni elemento è unico e certificato digitalmente. Questo sistema potrebbe essere utilizzato in molti ambiti importanti: immobili, certificazioni, documenti notarili, servizi pubblici e molto altro. Per questo credo che il vero futuro degli NFT non sia solo nell’arte, ma nella tecnologia che garantisce autenticità e unicità».
Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con le tue opere?
«Il mio desiderio più grande è toccare l’anima di chi osserva l’opera. Il momento della creazione è per me qualcosa di molto profondo. Quando dipingo entro quasi in uno stato di libertà mentale, una sorta di dimensione sospesa tra pensiero e intuizione. In quel momento non analizzo, non progetto: creo e basta. È come se fossi connesso a qualcosa di più grande: alla creatività, all’energia, all’universo. In quel momento vivo completamente l’attimo presente. Quando l’opera è finita, non appartiene più solo a me. Diventa dello spettatore, che è libero di amarla oppure no. Se però anche solo una persona, guardando un mio dipinto, prova gioia, curiosità o emozione, allora l’opera ha raggiunto il suo scopo. Credo profondamente che un mondo senza arte sarebbe molto più triste di quanto già non sia».
Su quali progetti stai lavorando in questo momento?
«Negli ultimi mesi ho scoperto con grande entusiasmo i pastelli a olio, una tecnica che mi sta aprendo nuove possibilità espressive. Sto lavorando a tre nuove collezioni di formato più contenuto, tra 30×40 e 40×50 cm. La prima si chiama Arlecchino: una collezione astratta, molto colorata, quasi giocosa, dove il colore diventa protagonista. La seconda è Pulcinella, una serie molto minimalista realizzata in nero su bianco con carbone, dove la semplicità diventa linguaggio. La terza collezione si intitola Tic Tac. Per ora preferisco non rivelare troppo sulla tecnica utilizzata, ma sarà possibile scoprirla e ammirarla nei prossimi mesi sul mio sito ufficiale».
Una curiosità per salutarci
«Quando disegno con i bambini dico sempre una cosa molto semplice: “Quando create, non pensate troppo.” La creatività nasce proprio quando smettiamo di controllare tutto e lasciamo spazio all’immaginazione. Vi ringrazio di cuore per questa intervista e per l’opportunità di raccontare il mio percorso. Per chi desidera approfondire il mio lavoro o scoprire le mie opere, è possibile visitare i miei siti».




