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L’arte dell’ascolto nella pittura di Alessandra Cusa

Tra natura, meditazione e pittura, Alessandra Cusa costruisce un linguaggio artistico che nasce dall’ascolto e dalla ricerca interiore. Cresciuta ai piedi dell’Etna, unisce la sua esperienza di chinesiologa e insegnante di yoga a una pratica pittorica in cui corpo, mente e spirito dialogano continuamente. In questa intervista ci racconta il suo percorso, il legame con la natura e il significato di una ricerca che invita a rallentare, osservare e ritrovare un contatto autentico con se stessi.

Ciao Alessandra, per chi non ti conosce ancora, racconta brevemente chi sei.
«Ciao, intanto vi ringrazio tantissimo per avermi dato la possibilità di avere uno spazio nel vostro mondo. Mi chiamo Alessandra Cusa, sono cresciuta e vivo ai piedi dell’Etna. Sono una chinesiologa, insegnante di yoga e pittrice. Il mio lavoro nasce dall’incontro tra corpo, mente e spirito: studio l’anatomia, pratico l’ascolto interiore e traduco tutto sulla tela, dove la natura diventa ponte tra ciò che sento e ciò che vedo».

Molto importante per un artista è il suo percorso, parlaci del tuo.
«Il mio percorso, si può definire piuttosto vario, sicuramente l’arte è sempre stata una costante della mia vita fin dall’infanzia. Come dicevo oltre a dipingere, sono anche una Chinesiologa e insegnante di Yoga, ho inseguito diverse strade in cerca di cerca di quella più giusta per me. Ho realizzato che la dimensione in cui mi trovo meglio è quella in cui posso essere me stessa attraverso tutte le mie passioni. L’Arte, sicuramente è il mezzo che riesce al momento a racchiuderle nel modo più armonico».

Nei tuoi dipinti la natura non appare mai come semplice scenario, ma come un organismo vivo, quasi una presenza cosciente. Come mai questa scelta?
«Per me la natura non è un semplice sfondo, ma un sistema di cui facciamo parte. Spesso l’umano tende a pensare a se stesso come qualcosa di separato o al disopra della natura, dimenticando che esso stesso è natura, non rendendosi conto che in realtà viviamo in simbiosi con essa attraverso scambi continui. Nelle mie opere cerco di restituire questa consapevolezza: la natura come presenza, come interlocutore, come energia che ci sostiene e ci plasma.Vorrei trasmettere nuovamente questo concetto e sensazione a chi magari ha dimenticato tutto ciò».

Le tue immagini sono immediatamente leggibili, ma allo stesso tempo custodiscono una forte dimensione simbolica. Ti interessa che ogni opera abbia un significato preciso o preferisci che ciascuno vi trovi qualcosa di sé?
«Entrambe le cose. Io parto da un’intuizione chiara, spesso nata in meditazione, da simboli ed emozioni che per me hanno un senso preciso, e che vorrei condividere con gli altri. Ma allo stesso tempo mi emoziona l’idea che attraverso una mia immagine, qualcuno possa cogliere qualcosa di se stesso o vivere un sentimento del tutto nuovo».

La tua tecnica è figurativa, ma il linguaggio richiama spesso il sogno, il mito e l’archetipo. Ti senti più vicina al racconto, alla poesia o alla pittura come forma di meditazione?
«Mi sento vicina alla pittura come meditazione che genera poesia. L’approccio figurativo è ciò che mi da più soddisfazione. Quando dipingo entro in uno stato di ascolto: Vivo pienamente il momento presente, sono concentrata solo su ciò che le mie mani vogliono trasmettere e tirare fuori. L’archetipo è sicuramente uno degli strumenti che mi permette di esprimi meglio. Ad esempio come nella serie “Idda” i quadri dedicati alla terra dove sono cresciuta. Parlano della forza Creatrice e Distruttrice della donna e della fertilità, ai parallelismi con le energie della natura, racchiudendo anche il concetto di macrocosmo e microcosmo».

Esiste un’immagine, un simbolo o un tema che continua a tornare nel tuo lavoro anche quando non lo cerchi consapevolmente? Hai scoperto qualcosa di te osservando la tua arte nel tempo?
«Osservando la mia arte nel tempo ho capito che cerco sempre un punto di unione, un ponte. È sempre presente la ricerca del dettaglio. Di me ho scoperto che c’è sempre qualcosa che posso trasmettere al mondo anche quando sembra che non ci sia niente da dire, anche quando l’ispirazione sembra non arrivare».

Alessandra Cusa

Oggi l’immagine è spesso consumata con estrema rapidità, soprattutto attraverso i social. Le tue opere, invece, sembrano chiedere uno sguardo lento. Che rapporto hai con questa modalità contemporanea di fruire l’arte?
«Ho un amore-odio riguardo ai social. Ne condivido il potenziale per quanto riguarda l’informazione, la condivisione sana dei contenuti come strumento per migliorare se stessi e gli altri. Ma allo stesso tempo credo che se ne faccia un abuso. La rapidità con cui si consuma il contenuto, distoglie dalla realtà, innescando meccanismi biologici che creano dipendenza. Io personalmente trovo molto complicato conciliare il processo creativo e la ripresa dei video, è un aspetto che vorrei migliorare per usare il social come vetrina della mia visione. Credo che come in tutto la parola chiave sia Consapevolezza».

Se dovessi immaginare la tua ricerca artistica tra dieci anni, quale aspetto pensi rimarrà invariato e quale, invece, senti il desiderio di mettere in discussione?
«Credo che rimarrà il dialogo tra corpo, mente, natura e spirito, che sarà sempre la mia radice. Il nucleo della mia ricerca. Ciò però lascia molto spazio al processo creativo, quindi chissà…Vorrei invece mettere in discussione i confini della tela, esplorare formati, materiali e tecnica».

Tra i progetti prossimi c’è la mostra (inaugurazione il 31 luglio) nella tua Sicilia, organizzata dalla nostra associazione, presso la Birreria Riposto precisamente… Come stai vivendo questa esperienza?
«Con gratitudine e un’emozione speciale: Per me è molto significativo, in quanto questa è la prima volta che espongo le mie opere e farlo nel mio paese mi dà un senso di accoglienza. La Birreria poi è un luogo vivo, sociale, e mi piace che le opere incontrino persone diverse».

E se un visitatore della mostra potesse trascorrere dieci minuti davanti a una sola tua opera, quale sceglieresti e quale domanda vorresti che si portasse a casa, più ancora di una risposta.
«Credo che sceglierei “Linfa”. Rappresenta una fase della meditazione, in cui c’è un profondo ascolto e dialogo con se stessi. Mi piacerebbe che si chiedesse: “Quanto realmente mi ascolto? Quanto di me conosco? Da quanto tempo non percepisco me stesso?”».

Una curiosità su di te o sulle tue opere prima di salutarci.
«Per alcune opere in particolare, mi piace utilizzare determinate frequenze mentre dipingo. Basandomi sugli studi e teorie della memoria dell’acqua di Masaru Emoto e alcuni fisici che sostengono la relazione tra vibrazione, materia ed energia. In più amo profondamente la musica, ho suonato per diversi anni la chitarra, adesso sto iniziando a cimentarmi con la batteria».

In copertina: SOTTOBOSCO, tecnica mista su carta

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