Affinità elettive

La scatola diventa “Casa”, con il suo bagaglio di sogni, amore e conflitti

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La Chigi è un’artista visiva che ha trovato nell’arte la connessione tra lei e gli altri, tra gli altri e noi. Le sue scatole sono Case che raccontano le emozioni e le attese, i sentimenti e le emozioni.

Breve presentazione.
«Sono La Chigi e sono un’artista di origine veneta, laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, che vive e lavora a Trento».

Quando e come è nata in te l’idea di diventare un’artista.
«L’idea di diventare artista è nata negli anni Duemila, quando frequentavo l’Università di Trento, città nella quale tutt’ora vivo. E’ stato un trauma fisico importante a farmi capire da un lato la necessità di un nuovo sguardo sul mondo, solo apparentemente più leggero ma più acuto, e dall’altro il mio bisogno di relazioni e connessioni».

Le tue scatole sono una metafora, ci vuoi spiegare di cosa?
«
Durante la quarantena la scatoletta è stata per me fonte non solo di cibo per il corpo, ma soprattutto per l’anima e la mente. Nelle scatolette ho trovato prima il pesce e poi, una volta vuote, vi ho specchiato il mio bisogno degli altri che improvvisamente erano scomparsi dalla mia vista e dalla mia quotidianità, rinchiusi in case che rischiavano di essere soffocanti prigioni. Allora ho aperto finestre e creato nuovi mondi per ritrovarli e ritrovarci così di nuovo liberi e insieme, nonostante le distanze, in immaginari condomini. Lo scarto e il limite – fisico e mentale delle scatolette – sono diventati possibilità e nuovo spazio di vita. 
Le mie scatole sono quindi diventate metafora di una nuova “Casa”, dalla condizione di forzoso e forzato isolamento e di solitudine in cui ci eravamo trovati al superamento immaginifico di quel limite. Le scatolette erano il limite fisico e psicologico che abbiamo abitato – e che spesso abitiamo inconsapevolmente -, la nostra piccola Casa anche interiore, che doveva essere aperta perché si stava pian piano richiudendo attorno a noi, impedendoci di respirare. 
Quel limite – fisico e mentale – da chiusura è diventato apertura e quindi le scatolette sono diventate finestre su un mondo di possibilità, nuovi spazi di vita collettiva. La scatola è diventata “Casa”, con il suo bagaglio di sogni e amore, ma anche con i suoi conflitti. Durante il lockdown nelle scatolette, con oggetti e miniature, ho creato la nostra terapia collettiva contro il buio, raccontando in storie noi, i nostri bisogni, sentimenti e desideri, la nostra capacità di resistere, nonostante tutto ciò che accadeva fuori e dentro di noi. Nelle scatolette quindi i personaggi con l’aiuto di oggetti non recitano solo scenette, ma sono correlativi oggettivi di sentimenti, emozioni e attese». 

Dove prendi ispirazione per realizzare le tue opere.
«Il mio lavoro è una sintesi di dadaismo, surrealismo e arte concettuale, combinati alla mia grande passione per l’arte. Mi rifaccio in primo luogo a Duchamp e al movimento DADA per l’idea di ready-made. Infatti trasformo una scatola di pesce in una piccola casa/mondo, con oggetti che spesso sono trovati. Lo scarto quindi si trasforma in un’occasione d’arte. 
Surrealista è invece l’utilizzo di oggetti concepiti espressamente per altre funzioni e quindi collocati in scatoletta che creano scenari un po’ surreali e onirici attraverso associazioni metaforiche e analogiche. 
L’aspetto concettuale emerge nei titoli che chiamano in causa lo spettatore. Il procedimento stesso alla base della trasformazione della scatoletta in Casa è una rilettura dello spazio in chiave concettuale: lo spazio ristretto e chiuso di un oggetto, nato per “ospitare” del cibo, è diventato, in un gioco di ossimori, Casa, piccola ma della “giusta” misura, aperta agli sguardi e finestra tra il mondo degli altri e il mio. Il limite è diventato possibilità prima mentale e poi fisica per creare condomini di storie, nuovi modi per trovarsi e nuovi mondi per noi, nuovi mondi per noi. 
In alcune opere ho riusato biglietti di ingresso di musei o cartoline di mostre da me visitate! C’è quindi tanta arte nelle mie opere, studiata e amata, e poi riletta in maniera giocosa».

Come prendono vita le scatole.
«Il processo di realizzazione delle opere è di solito molto lento, in primo luogo perché si basa sul procedimento dell’assemblaggio con, per quanto più possibile, materiale di recupero, a partire da suggestioni di tipo analogico, libere associazioni e metafore. Inoltre i livelli dell’opera sono molteplici: oltre al dialogo tra oggetti e personaggi c’è anche uno sfondo che non è solo ambientazione, ma comprimario. Si aggiunge poi l’ulteriore livello del titolo, che aiuta a capire l’opera e in alcuni casi ne offre una rilettura».

Cos’è per te la casa.
«La Casa è per me un luogo in cui rifugiarsi, ma anche in cui stare immersi nell’ozio bello tra letture e visioni, negli affetti e nella morbidezza delle gatte. E’ il luogo dell’interiorità in cui stazionare circondati da oggetti portatori di bellezza che generano emozioni, nutrendo occhi e cuore. Casa è un luogo da cui uscire per lavoro e per piacere, per immergersi in altri luoghi non solo fisici ma soprattutto mentali e spirituali, per poi farvi ritorno.
Non per tutti però la Casa è questo: è più spesso solo un dormitorio per solitudini sempre maggiori, un luogo di transito e mai di stazionamento, quasi un non luogo, simile più a una prigione che non a una accogliente tana»

C’è un’opera a cui sei più legata?
«Difficile scegliere ma forse l’opera “Déjà-vu”, poiché in essa ci sono (anche) io. L’opera è una riflessione giocosa e surreale sul valore dell’arte nella nostra vita, sulla sua necessità per la sua intrinseca capacità di farci comprendere il mondo e di darci visione, traghettandoci oltre con consapevolezza. “Déjà-vu” perché l’arte parla a noi di noi e di ciò che ci circonda.  E’ l’opera che rispecchia di più me e la mia relazione con l’arte, fatta di stupore, di reciproci rispecchiamenti e nuove visioni e prospettive e, non ultimo, il lavoro con lo scarto, anche semantico. L’ironica dissonanza cognitiva su cui si basa costringe a fermarci e a mettersi in gioco». 

Dove è possibile ammirare le tue opere?
«Sono rappresentata dalla Galleria Contempo di Pergine Valsugana (TN), dove potete vedere le mie opere dal vivo. Online sono visibili nelle mie pagine instagram e facebook (la.chigi.art)». 

Il settore dell’arte è tra i più colpiti a causa delle restrizioni Covid, come stai vivendo questo momento e cosa pensi si possa fare per recuperare.
«E’ un momento difficile soprattutto perché sta venendo meno la possibilità di incontrare di nuovo i visitatori: è questa la parte migliore del lavoro, quella più arricchente e che dà senso al fare arte in quanto comunicazione e restituzione di messaggi. Le mostre online e i social sono una grande possibilità e risorsa per conoscere artisti e farsi conoscere ma manca l’aspetto dell’incontro, fisico e verbale. Placano un po’ la mia sete di conoscenza, ma non sono abbastanza per colmare la distanza. Quindi sto progettando molto per rincontrare le persone al più presto, attraverso dei progetti di arte relazionale. Sarà un modo per ritrovarsi».

Un libro, una canzone o un film che ti ha stimolato artisticamente.
«Sicuramente due: “Le lezioni americane” di Italo Calvino, in particolare quella sulla leggerezza, che non è superficialità ma sguardo acuto che plana dall’alto e capacità di togliere il superfluo per andare all’essenza, e poi il libro di George Perec, “La vita, istruzioni per l’uso”, così surreale e curioso». 

Stai lavorando a qualche progetto in particolare?
«Come anticipavo, sto lavorando su due progetti di arte relazionale. Compatibilmente con le restrizioni anti-Covid e anzi sfruttandole per raccontare quello che stiamo vivendo, le responsabilità e i contributi dei singoli, a partire dagli anziani, troppo a lungo dimenticati e addirittura considerati untori. Il progetto “Distanziamento” sarà un modo per superare la minaccia e la frana della pandemia, per ricucire – metaforicamente e anche letteralmente – ciò che si è perso e ritrovarci umani e di nuovo insieme. Inoltre mi sto dedicando alla realizzazione di libri d’artista, approfondendo i temi della distanza e della incomunicabilità, che si sono acuite a causa della pandemia che ci ha costretto a vivere da soli e sbilanciati sul virtuale».

Qual è il tuo messaggio artistico.
«L’arte è per me quindi relazione e scambio con gli altri. Le mie opere sono restituzione di nuovi sguardi per nuovi modi per trovarsi e incontrarci nei nostri bisogni e nuovi mondi per noi. Nella mia pratica artistica indago l’essere umano nella relazione a volte problematica con se stesso, con la società e con gli altri attraverso opere polimateriche, assemblaggi, oggetti e installazioni con un approccio (apparentemente) leggero, surreale e giocoso ma problematico. E’ un invito ad approfondire, ad andare più a fondo, liberandosi di sovrastrutture. Un lucido invito al gioco e a mettersi in discussione cambiando punto di vista. In questo senso si muove anche la mia ricerca sui materiali in una continua operazione di riutilizzo, riciclo e successiva ri-significazione. L’attenzione allo scarto e al valore degli oggetti assume grande importanza, essendo allo stesso tempo una scelta ecologica e polemica nei confronti della società e dei suoi (dis)valori dominanti, alla ricerca di nuova autenticità. Inoltre l’uso di oggetti e materiali non artistici mi permette di operare uno scarto anche concettuale, ironico e giocoso rispetto al loro utilizzo e alla loro funzione, creando, attraverso la simbolizzazione metaforica, dissociazioni cognitive che costringono a nuove associazioni e riflessioni, ulteriormente ampliate dal contributo problematico del titolo. Lo scarto è quindi occasione e motore d’arte.
Attualmente, dopo una ricerca sull’individuo e le sue maschere sociali, sto approfondendo il tema della Casa, luogo fisico e spazio dell’anima, e delle relazioni anche problematiche con e tra i suoi abitanti». 

Una curiosità prima di lasciarci.
«Sto cercando connessioni per nuove comunicazioni. Ecco quindi il mio serissimo annuncio: cerco donatori sani di scatolette (possibilmente con coperchio) che vogliano incontrarmi, mangiando del pesce in scatola con me e per me. Astenersi rompiscatole!».
In copertina: “Affinità elettive” by La Chigi, ph. Daniele Mosna, Courtesy Galleria Contempo

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