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Fotografia e intelligenza artificiale

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N. 06 – IX.2022 “Fotograia Nuda”
Testi di Alessandro Russo-arph.it

Nell’ultimo periodo ho notato che molte delle discussioni fotografiche alle quali partecipo alla fine sfociano sempre nel solito modo: la fotografia è morta (evviva la fotografia, aggiungo io sorridente). Morente, moribonda, sbandata, inutile… sono solo alcune delle considerazioni che sento, spesso anche con argomentazioni piuttosto valide. Credo che l’ostacolo principale sia la difficoltà di attribuire alla fotografia un ruolo: a cosa serve, veramente? Ne abbiamo bisogno? È pura tecnica, è una forma di espressione, può essere arte? Lavorare con le immagini è faticoso, soprattutto se il pubblico è abituato solo a consumarle, senza feedback.

La fotografia è morta? Io al suo funerale non ci sono andato.

Eppure è innegabile che abbia un ruolo commerciale nettamente inferiore rispetto a solo dieci o quindici anni fa: basta farsene un’idea parlando con fotogiornalisti, matrimonialisti, pubblicitari e tanti altri attori del mondo fotografico.

Tuttavia, non me ne vogliano i lavoratori dell’industria fotografica, questo non è un gran problema: da sempre i mestieri e le tecnologie scompaiono, si perdono nel dimenticatoio delle società che evolvono. Chissenefrega se lo sviluppatore di pellicole è estinto, anche di maniscalchi ce né pochi in giro. Ma questo significa che la fotografia e i cavalli sono stati cancellati dalla faccia della terra? No di certo.

Quello che davvero mi interessa è che la necessità di comunicare con le immagini non si estinguerà mai. La necessità di esprimere la propria interiorità viaggia su un piano diverso rispetto alla tecnologia o alla moda: il maniscalco di prima è sparito, ma i cavalli gli piacciono ancora!

Quindi è giusto chiedersi: come si sta evolvendo il mondo delle immagini?

Sta nascendo un ramo completamente nuovo dell’intelligenza artificiale in grado di codificare un input testuale rispondendo con un’immagine. Negli ultimi mesi il potente strumento sulla bocca di tutti è MidJourney: un portale che garantisce ai più curiosi una certa autonomia di sperimentazione. In pochi passaggi si è davanti ad un terminale e seguendo basiche istruzioni si può prendere parte al progetto: scrivere qualche riga descrittiva in inglese ed attendere che il software faccia la sua parte, che l’intelligenza artificiale elabori e macini le informazioni che gli diamo in pasto, sputando fuori qualcosa di simile ad un fumetto, ad un’opera illustrata molto ma molto vicina ad una bozza fotografica.

In foto: Immagine realizzata attraverso la piattaforma MidJourney

Un videogame, in buona sostanza. Ma dalle implicazioni davvero interessanti.
È molto facile cadere in un tranello: l’intelligenza artificiale genera arte.
Genera arte esattamente come il mio gatto che, appena uscito fuori dalla sua lettiera, soddisfatto si gira ad ammirare la sua opera perduta nei meandri di una sabbiolina a grana fine: gli appare come un deserto arido a copertura di una tomba millenaria che mai nessuno troverà.

Insomma, non scherziamo.

L’intelligenza artificiale è il prodotto di un’intelligenza vera che ha codificato migliaia di interazioni offrendo all’utente la sensazione di essere guardato dentro. Il tema centrale non è la natura sensibile o meno di una macchina, quanto la fragilità dell’uomo che ha così bisogno di specchiarsi in un’immagine da addormentarsi in un grembo di circuiti.

Il problema della fotografia non è la tecnologia.
Il problema vero è l’apatia che rende la fotografia uno strumento inutile, che dovrebbe creare ponti invece di followers.

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