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Cosa dobbiamo fare quando siamo all’inizio

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Ecco di cosa si è parlato durante la seconda puntata della rubrica “Comunicare a Regola d’Arte” di Altro Spazio D’arte e a cura di Gloria Belardinelli, illustratrice e artists mentor.

Partiamo dalle basi della comunicazione e in generale della promozione del proprio lavoro artistico su Instagram. Cosa dobbiamo fare quando siamo all’inizio?

Calendario e Piano Editoriali: servono all’artista?
Il mio consiglio è di iniziare ad esempio creando il proprio calendario editoriale, ancora prima del piano editoriale perché per noi artisti è difficile definire subito le tematiche di cui parlare.
Come dicevo l’altra volta, all’inizio è utile fare una serie di test di contenuto, questo oltre a farci capire nel tempo che direzione prendere, ci è utile anche a capire qual è il nostro target di riferimento (ma questo lo vediamo più avanti). Ma che cos’è il calendario editoriale? Non è altro che uno strumento, un calendario appunto, che ci serve a definire le date di pubblicazione mensilmente ad esempio. E come si crea? Dipende, è qualcosa di molto personale ma alcuni strumenti utili che posso consigliare sono: un vero e proprio calendario di tipo cartaceo, app o sitiweb come trello, asana e notion oppure semplicemente un’app di calendario da smartphone. 
Una volta scelto il supporto per la realizzazione del C.E., si va a definire le ipotetiche date di pubblicazione, ad esempio: lunedì, mercoledì e venerdì, e gli orari in cui pubblicare.

Immagine realizzata dalla illustratrice Gloria Belardinelli


Avere un C.E. per un artista è fondamentale perché evita di disperdere energie e fa sì che si abbia un planner da seguire evitando di pubblicare a casaccio senza ottenere alcun risultato. Io consiglio di partire dal C.E. e non dal piano editoriale perché anche solo decidere di svilupparne uno e seguirlo è una grande conquista per l’artista che spesso tende a improvvisare e a postare a sentimento. Va inoltre detto che spesso le persone confondono il calendario editoriale con il piano editoriale pensando che siano la stessa cosa ma non lo sono assolutamente. Il primo, come da nome, è appunto un calendario, il secondo è un vero e proprio piano d’azione, è un documento molto più consistente che contiene la strategia che andremo poi ad applicare al nostro lavoro sui social media. Non solo, contiene molte informazioni, come ad esempio i social dove vogliamo postare, in quali formati, il copy, i nostri obiettivi, i nostri valori, la nostra mission ecc. 
E oggi voglio confessarvi una cosa, io non uso un piano editoriale. Perché benchè realizzi un documento molto simile per le mie clienti ma incentrato esclusivamente sulla comunicazione, io non ho un piano editoriale per me perché non mi serve perché questo è il mio stile ma non è che non mi serve perché io sono meglio di altri, semplicemente perché come dico da un po’, ho fatto tanti percorsi, tra cui quello di personal brand, ho avuto la fortuna negli anni di lavorare molto su me stessa e mettere nero su bianco tutto il lavoro svolto, infatti ho scritto anche un autobiografia e l’ho scritta senza bugie, ovvero senza raccontarmi le cose. L’autobiografia al tempo l’ho fatta supervisionare al mio mentore e anche su di essa abbiamo lavorato tanto, quindi io mi conosco molto bene. So qual è la mia mission e quali sono i miei valori.
Quello che mi serve casomai è sapere esattamente cosa dire perché e a chi, e questo lo faccio strutturando la mia comunicazione, scrivendo, prendendo appunti sulle idee che mi vengono in mente ecc, fino ad arrivare a definirle e averle pronte al momento della pubblicazione. 
E poiché l’artista ha già un carico immenso di lavoro con la sua arte, è importante che gli altri strumenti a supporto di essa siano il più smart possibili. Tuttavia chi non ha mai avuto occasione di lavorare su di sé, di scrivere un’autobiografia o fare altri tipi di lavori, prima o poi le mani almeno su un piano di comunicazione deve mettercele, di modo tale che possa sviluppare i suoi pilastri di comunicazione e non andare in confusione sulle cose da dire. Consiglio inoltre di prendere l’abitudine a prendere appunti su tutte le idee che ci vengono in mente in modo tale da poterci lavorare nel tempo. Ma soprattutto consiglio vivamente a tutti di confrontarsi con gli altri perché ‘’due teste sono sempre meglio di una’’. Trovo che per il professionista, di qualsiasi settore, avere una rete di relazioni significativa faccia la differenza nella sua vita e nel suo lavoro perché ci aiuta a crescere e a migliorare. Non dobbiamo cadere nell’errore di pensare di poter fare tutto da soli perché non è possibile, io stessa ho la mia rete di relazioni con le quali mi confronto quando magari mi sento bloccata.

Target: come si trova?
E parlando di relazioni vorrei sfatare anche un mito relativo al target. Intanto spieghiamo cos’è il target: esso altro non è che il pubblico a cui ci rivolgiamo, a cui facciamo riferimento. Dobbiamo poi sapere anche qual è la nostra nicchia. Un esempio: il mio target sono per lo più persone provenienti dalla mia generazione, Millennials, e sono Millennials per lo più illustratori (nicchia), questo mi pone di fronte ad un pubblico che di certo non per colpa sua, vive un grande senso di inadeguatezza, non si sente capito e si sente spesso sottovalutato. Mettiamoci dentro che sono anche artisti, l’inadeguatezza si amplifica.

Immagine realizzata dalla illustratrice Gloria Belardinelli

E poiché io stessa sono una millennial e mi sono sentita spesso inadeguata, so esattamente come ci si sente e so di cosa ha bisogno la mia community perché si senta sollevata e capita. Da qui ho scoperto la mia mission: creare connessioni emotive attraverso l’arte. La scelta del target non è così semplice e scontata come molti dicono. Non siamo l’azienda che lancia il prodotto sul mercato e quindi grazie anche ad un team di lavoro, saprà dopo attente ricerche, a chi è indirizzato il suo prodotto, per noi artistici è un po’ più difficile. Non è necessariamente vero ad esempio che si sceglie il target in base alle proprie competenze e passioni. Casomai è il target a scegliere noi e come dicevo prima, riusciremo a scoprire chi sono le persone del nostro target solo facendo una serie di test a livello comunicativo per vedere come le persone reagiscono a ciò che proponiamo. Questo significa testare più tipologie di comunicazione e quindi provare a proporre tematiche diverse ma sempre affini al nostro sentire. La cosa più semplice è partire da noi, dalle nostre esperienze personali e artistiche.  E’ molto importante raccontarsi liberamente e per poterlo fare dobbiamo scegliere il nostro stile comunicativo che possiamo trovare attraverso il Tone of Voice, ovvero il tono di voce. Ma anche questo è un aspetto che si trova e si definisce nel tempo, con la pratica.

TOV: esempi di tono di voce
Quindi spieghiamo adesso che cos’è il TOV. Come dicevo prima è il nostro stile comunicativo, è il modo in cui trasmettiamo la nostra personalità e la nostra identità attraverso le parole.
Facciamo alcuni esempi di TOV: parto dal mio stile comunicativo. Una tematica che mi contraddistingue è il fatto di voler indagare con il mio lavoro il lato umano. Ma lo faccio anche perché ho le competenze per poterlo fare, non mi sono improvvisata. Non a caso disegno molti personaggi di serie tv e ci vado poi a fare un’analisi sopra. Usare in questo modo i personaggi delle serie tv, aiuta le persone a scoprirsi e a capirsi meglio. Un altro tratto distintivo della mia comunicazione è il fatto di prendere posizione e dire anche cose scomode, e lo faccio affinché le persone prendano consapevolezza delle proprie dinamiche interiori, sfatando miti e credenze limitanti nell’arte. O ancora, un altro aspetto importante nel mio lavoro è la fase di riconoscimento, ovvero cercare di parlare alle persone che si sentono sbagliate affinché imparino a convivere con quel senso di inadeguatezza che in realtà può aiutare l’artista a migliorarsi.

Immagine realizzata dalla illustratrice Gloria Belardinelli

Questi tre aspetti: lato umano, prendere posizione, riconoscimento, non sono scelti a caso, li ho scelti sulla base di ciò che sono io e delle mie competenze. Il lato umano è un tema che ha sempre suscitato in me grande curiosità e bisogno di comprensione, prendo posizione perché prima non lo facevo mai e dico cose scomode perché anche io in passato ho avuto bisogno di sentirmele dire, e poi c’è il riconoscimento, e solo dio sa quanto ho avuto bisogno di essere confermata per ciò che sono senza sentirmi sbagliata. 

Proviamo adesso a fare degli esempi di TOV con due personaggi di Stranger Things.

Visto che l’altra volta ho parlato di Max inizio da lei. Max è una ragazza originale, indipendente, riservata e molto intelligente ma mai piena di sè. Ha capito che il mondo non è un posto facile. Ipotizziamo tre pilastri che potrebbe usare nella sua comunicazione:

  • Originalità
  • Indipendenza
  • Umiltà

Come si fa ora a comunicare queste cose? Se dovessi preparare un piano di comunicazione a Max le chiederei cos’è per lei l’originalità e perché è importante esprimerla. Le chiederei poi di insegnare alle persone che cos’è la libertà e come si conquista, la farei parlare di argomenti importanti, che possano ispirare le persone come ad esempio quanto può essere difficile a volte aprirsi agli altri e cosa si può fare per iniziare a farlo. 
Il secondo personaggio di cui vorrei ipotizzare il TOV è Eddie.
Eddie è un altro personaggio molto originale che ha bisogno di riscattarsi per provare al mondo quanto vale. L’errore che ho notato parlando di lui nelle storie tempo fa è che molte persone hanno finito per idealizzarlo, mettendo in ombra invece due aspetti molto importanti del suo carattere: la sua sensibilità e la sua vulnerabilità. Spesso si associano queste caratteristiche alla debolezza, in realtà sono sinonimo di grande intelligenza emotiva ed empatia. 

Se dovessi riassumere la personalità di Eddie direi che è un ragazzo capace di grande empatia, che ha bisogno di riconoscimento, che fa le cose anche se ha paura, ed è inoltre un amico fidato. I suoi pilastri di comunicazione potrebbero essere:

  • Coraggio
  • Empatia
  • Conferma

Chiederei dunque ad Eddie di raccontarmi cosa si prova a fare qualcosa anche se si ha paura e come può incoraggiare le persone a fare altrettanto. Gli chiederei poi di raccontare cosa significa sentire cosa provano gli altri senza per questo farsi contaminare da quel sentire perché so che se mi contamina non sono capace di essere un buon amico e di supportare gli altri quando ne hanno bisogno. Gli chiederei anche cosa si prova ad essere etichettati e come si convive con questa sensazione.
Tutte questi fasi richiedono grandi capacità di auto-disciplina, ricerca e disponibilità ad interrogarsi su di sé e sul mondo. L’artista oggi non può più dare per scontato che siano sufficienti le sue competenze creative per poter vivere della propria arte, deve spingersi oltre, essere avido di sapere, fare ricerca, perché in questo modo potrà migliorarsi e iniziare a vedere risultati concreti.

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